«L’essere umano non è il culmine dell’evoluzione. La vita è il caso più straordinario, ma pur sempre particolare, comparso per caso negli infiniti spazi del tempo e dello spazio.»
V. Vanchurin, fisico
La morte arriva silenziosamente. Si siede sul bordo del letto e aspetta in silenzio. Non ha fretta, è sempre qui, accanto a noi, mentre la vita scalcia e gira in una danza. La vita sa gridare e dimostrare il proprio valore, ma la morte sorride tristemente e custodisce il suo enigma.
La vita è giovane e sciocca, ambiziosa e arrogante. Crede di essere la padrona di casa. Ahimè, non sa che la morte è amica dell’eternità e che sa sempre quando arrivare per infrangere le ultime speranze della vita, perché è giunto il momento di partire, di tornare nel grembo del mondo. La morte è puntuale e paziente, non ha bisogno di essere forte e tenace: queste sono le qualità della vita ribelle. La vita combatte, la morte porta la pace. La morte libera, la vita tormenta. Le due facce della stessa moneta lavorano insieme, eppure tutti si aggrappano alla vita, a questo breve ponte tra le rive dell’eternità.
La gente è stupida, ha paura della morte quando dovrebbe avere paura della vita. La materia è crudele e costrittiva, comprime il meraviglioso oceano dell’eternità in un piccolo corpo, dove non c’è mai abbastanza spazio. La vita è uno scontro continuo con l’entropia, la distruzione, le malattie e le perdite. La morte non può farci soffrire, non ha gli strumenti per farlo. Tutto il dolore, compresa l’agonia che precede la morte, è generato proprio dal corpo vivente, che è aggressivo. Da questo punto di vista, vivere richiede molto più coraggio, perché la vita è il luogo della sofferenza e del dolore. E non mi piace, perché la materia ti tiene saldamente sotto il tiro dell’istinto di sopravvivenza, anche quando non serve più sopravvivere o non ce la fai più.
Che cosa c’è di male nel non essere? Non c’è niente di male. È uno stato di simmetria assoluta: prima di nascere non siamo esistiti per miliardi di anni, e questo non ci ha fatto soffrire. Dopo la morte non esisteremo più: torneremo a casa, là da dove tutto ha avuto origine. Quello spazio di pace eterna, dove non c’è separazione tra me, il gatto, l’albero e tutto il resto, è uno stato in cui la materia non era ancora stata costretta dentro una forma e una coscienza. La vita sembra un’esplosione aggressiva che ci strappa da quel silenzio, ci costringe a soffrire e poi, lentamente e dolorosamente, ci riporta indietro.
Fin dall’inizio, la vita ti accoglie in una stanza fredda, con donne in camice bianco e una terribile luce elettrica. E tu puoi reagire a tutto questo soltanto con un pianto impotente. Alla fine, accade la stessa cosa. Il primo grido di un bambino è un grido d’impotenza e di terrore davanti alla materia che si impone con aggressività. La vita non comincia con la pace, ma con uno scontro violento con il mondo fisico. All’inizio come alla fine, l’essere vivente si ritrova solo davanti a questo ambiente estraneo e freddo, dove è completamente impotente.
E allora la vita è stringere i denti e correre, finché non si arriva al traguardo.
Così appare l’esistenza senza illusioni. Una volta firmato il contratto con il mondo, bisogna rispettarne le condizioni, senza aspettarsi elogi o ringraziamenti. Non chiedi pietà a questo mondo, non gli chiedi un perché. Fai semplicemente la tua parte, prendi atto dei fatti e porti a termine i tuoi obiettivi, finché non arriva il momento di andartene. Dopo tutte le morti degli esseri che mi erano cari, arriva la sensazione che la tempesta si stia allontanando. E allora senti tutta l’assurdità del mondo.
E se mettiamo da parte le emozioni e la memoria, sì, tutto procede come deve. Basta lasciare da parte ciò che è umano e entrare nello spazio della consapevolezza, al livello dell’osservazione assoluta. La morte non è una tragedia, ma la fine di una forma arrivata al suo momento. Eppure la mente continua a scegliere, a dividere tra giusto e sbagliato, bene e male, essere e non essere. Il conflitto ha bisogno di due parti, ma se il mondo è uno, chi dovrebbe entrare in conflitto, e con chi?
Il mondo è integro e autosufficiente fin dall’inizio. Non ha bisogno di essere giudicato, né che qualcuno gli attribuisca un significato. Ma l’essere umano è fatto in modo tale da non riuscire a guardare il mondo direttamente: lo guarda attraverso il prisma della propria mente binaria, che scompone la luce in colori separati, creando l’illusione della divisione. La mente è rimasta intrappolata nella separazione e nella disputa, nel continuo gioco degli opposti, che le impedisce di vedere la realtà così com’è: un mondo integro, dove non c’è conflitto, ma soltanto ciò che è. Per l’essere umano è terribilmente difficile riconoscersi come un caso particolare, un’apparizione casuale negli spazi infiniti dell’Universo. La mente crede che, se scomparisse lei, scomparirebbe anche il mondo intero. È il colmo della stupidità.
Non attaccarti a nulla, mi dico. Impara a stare nel tuo contratto con il mondo e a correre fino alla fine, perché la vita ti porterà via tutto, e farà male se continuerai a vivere nella binarietà.
Quando metti radici, diventa difficile cambiare, essere flessibili, lasciarsi andare. Io sto ancora imparando a lasciare andare persino quel poco che mi è caro.
Quando la mente tace, capisci che non sei una goccia a cui manca il sale, ma l’oceano stesso, dove c’è già tutto.
La vita continua a morire, la morte continua a vivere. È l’eterna disputa della mente binaria dell’essere umano, un caso particolare nell’Universo.
È una sensazione strana: da una parte la tristezza, dall’altra la calma e la leggerezza. Guardi il cielo sconfinato, e il cielo entra in te, ti attraversa, finché non ti accorgi più del momento in cui diventi tu stesso quel cielo.